Le scuole continueranno ad essere degli acquari...
Per fortuna i magrissimi introiti da amministratore pubblico mi costringono a continuare il mio vecchio mestiere da insegnante. E così anche quest'anno deambulo divertito fra otto classi, due laboratori e quasi duecento studenti (pardon: scolari). E, come gli altri anni, mi sono ingegnato a studiare le potenzialità digitali dei miei primini: ragazzi (per la verità sono quasi tutte ragazze) socialmente medi, intellettualmente medi, mediamente medi. Un campione mediamente rappresentativo dell'universo adolescenziale, insomma.
Per una curiosa fatalità, quest'anno il mio punto di osservazione è stato in qualche modo straniato. Avendo il mio indirizzo (liceo delle scienze sociali) cambiato sede, ci siamo trovati per un paio di mesi senza un laboratorio informatico operativo. Così – contrariamente alle mie consolidate abitudini – ho improvvisato qualche lezione più o meno frontale, con il curioso ausilio di una rutilante LIM.
Ho disquisito di filosofia dell'apparire, di linguaggi (verbali e non), di reti, di fratelli più o meno grandi, di teorie della comunicazione...
I mocciosi mi seguivano in religioso silenzio, quasi stupiti dagli effetti speciali della mia amatoriale oratoria e dei pretenziosi graffiti tracciati sulla SmartBoard.
Per dare una parvenza di interazione costruttiva alle mie divagazione pedagogiche, tempestavo poi di domande e domandine gli implumi scolaretti: chi sono i nativi digitali? che cosa vuol dire digitale? cosa sono i social network? cosa vuol dire taggare? è affidabile wikipedia? e via curiosando.
Il risultato di cotanto coraggio indagatorio? Un cognitometro piatto come il mio conto in banca: ragazzini leggeri come bollicine di facile lambrusco, ottentoti del pensiero critico, ignari del loro privilegio digitale, inconsistenti abitatori dell'arcipelago web nel quale deambulano a casaccio con la consapevolezza di un neonato criceto.
Un mito, dunque, quello dei nativi digitali? Forse sì.
Ma, da una paio di settimane sono arrivati i computer e così ho condotto lo sciame degli imberbi trogloditi davanti a monitor, topi e tastiere. E li ho abbandonati alla libidine dello smanettamento a briglie quasi sciolte (consegne tipo: partorite una breve presentazione – testo, immagini, musica... - del vostro gruppo: piaceri, tristezza, interessi, torture, sogni...). L'aria s'è popolata di sussurri e sorrisi. Le mani scorrevano sciolte fra tasti e tastini. Le finestre s'aprivano a randa in uno sfarfallio di proposte animate. Possiamo fare foto col cell? E i filmati? E posso mettere la musica di Pinco? Io le foto ce le ho in facebook posso... E posso attaccare l'ipod? E...
...e in qualche decina di minuti quei ragazzi incollati al mutismo verbale degli interrogatori di classe, hanno iniziato a marcare il loro territorio con pisciatine di pixel e googlate incoscienti.
Un mito, dunque, quello dei nativi digitali? Forse no.
Mi dispiace per gli austeri immigrati digitali che vantano la loro prestigiosa capacità di dominare il web duepuntoqualcosa con maggior maestria dei nativi, ma... ma loro, i nativi, i barbari di google, i mocciosi di faccialibro, si stanno moltiplicando con geometrica progressione, e come una inarrestabile pandemia stanno colonizzando a tappeto il vecchio mondo...
...e dire che loro non sono digitalmente performanti solo perché molti (moltissimi!) hanno la consapevolezza critica di un criceto è come dire che la nostra generazione non è gutemberghiana solo perché la maggioranza degli adulti non sa decodificare decentemente un quotidiano (e nemmeno le panzane delle tivu berlusconiane).
Qualcuno di noi sa ANCHE navigare con maestria fra i marosi del web; TUTTI loro, ormai, sanno nuotare dalla nascita fra i flutti digitali.
Facciamocene una ragione. E piantiamola di osservare dall'alto, con altezzoso disprezzo, quei poveri pesciolini multicolor che nuotano negli oceani di bit. Tuffiamoci con loro. Mescoliamoci con loro. Proviamo a non snobbare il loro essere naturalmente meelting pot. Cambiamo punto di vista.
Altrimenti le scuole continueranno ad essere degli acquari con spesse pareti di cristallo che dividono i pesci guizzanti dagli allevatori inutilmente pensanti.





