Io sono il classico maschio italiano di provincia. Cresciuto a balere e processioni, lambrusco e zanzare, oratorio e bar sport. E calcio. Calcio parlato, tifato, sfottuto, conteso. E giocato, abbastanza alla grande.
Adoravo gli estivi tornei. Il cono dei fari che isolano il campo dal resto del mondo. Il tifo sanguigno. I palleggi, le corse, le urla. E sguardi di fanciulle fra le piccole folle vocianti appena al di là della riga di gesso. E l’ebbrezza di atavici scontri.
Facevo il portiere.
Ricordo una mitica sfida. La nostra squadra nettamente più forte aveva schiacciato i nemici nell’area avversaria. Ma la palla non voleva entrare. Io non avevo dovuto fare nemmeno una parata. Poi, dopo minuti e minuti, un avversario si sgancia a sinistra e lascia partire un tiro lontano e senza pretese. La palla rimbalza sull’erba, e salta beffarda oltre il mio inutile tuffo. E rotola, lenta, nella rete.
Il pubblico fischia, e ride, e mi sfotte. Non alzo per lunghi secondi la faccia da terra. Solo Alessandro, l’amico terzino, si piega per una parola.
Anni dopo, sfogliando un testo scolastico, ho incontrato questa famosa poesia di Umberto Saba:
Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla - unita ebrezza - per trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.
Per fortuna in quella partita ho vissuto anche l’emozione del secondo portiere. Quando la nostra mezzala, ad un soffio dal fischio finale, ha saltato il suo arcigno guardiano infilando nel sette il giusto pallone. E da lontano, la mia gioia, s’è fatta una capriola.
Quella partita è finita ai rigori ed io, come nei sogni, ho parato il tiro decisivo. E mi sono concesso alla folla festante. E ai salti. E alle urla. E alla birra versata sulla nostra vittoria.
Ma non ho mai scordato - assieme alla gioia esaltante della vittoria – l’avvilente disperazione della sconfitta.
Perché il calcio, pensiamo io e Saba, è cifra perfetta dell’umana esistenza. Dove gioia e dolore s’alternano nel cuore dell’uomo, che – come in una partita - spettatore o giocatore, ne è comunque protagonista.





